Fly Generation: Il terremoto del centro Italia. La paura e la speranza


8 novembre 2016 - 09:23
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Se mi chiedessero di scrivere un articolo sul terremoto non saprei bene da dove cominciare. Forse potrei iniziare scagliandomi contro la incapacità di coloro che costruiscono case, i mancati fondi del governo, la comunicazione distorta e parziale. Credo che però inizierei dal basso, dai bambini, dall’interrogativo ricorrente dei grandi: “Come posso spiegare a mio figlio il terremoto?”. Ad adulti che hanno perso case, familiari, sacrifici lunghi una vita forse rimangono parole strozzate per descrivere quel vuoto, i bimbi però non le hanno. Ed ecco allora che i piccoli si mettono a scrivere racconti di quando ancora tutto c’era, dell’edicola di Amatrice, delle passeggiate a Norcia, disegnano una vita che è stata buttata giù e sognano in quella realtà di carta. Gli eventi che hanno colpito il centro Italia in quest’ultimo periodo ci hanno fatto tornare un po’ tutti bambini, timorosi del futuro e alla ricerca di due braccia che ci proteggano quando arriva la sera. Tutti dovrebbero sentirsi parte di quel pezzo di mondo staccato, non solo i cittadini di Marche, Umbria, Lazio, ma anche i lontani isolani del sud o gli alti abitanti del nord. Che questa sia una scossa alle nostre coscienze di esseri effimeri ma allo stesso tempo meravigliosi. Esseri pieni di dignità come le anziane signore novantenni che, intervistate dai vari telegiornali, non mancano di stropicciare un sorriso benché portino sulle spalle, oltre alle rovine delle case anche quelle di una guerra; i vigili del fuoco, i volontari della protezione civile che si sono abituati a cercare vite nella polvere; i piccoli commercianti che tentano di ripristinare la normalità delle loro attività; i bimbi che giocano nei parchi e che diventano i nipoti, i figli, i fratelli di tutti.

La grande macchina di aiuti, la solidarietà incondizionata, la catena di braccia strette insieme sono la più grande lezione che il popolo italiano sta dando e a sua volta ricevendo, con la speranza che quando la notizia del momento scompare, i cameraman tornano a casa, tutto questo non svanisca. La speranza è che la comunicazione sia costruttiva e fruibile, che questa sensazione di far parte tutti di uno stesso mondo, terremotati, rifugiati, uomini e donne in valigia sia sempre da monito, in modo da ricreare case e allo stesso tempo coscienze antisismiche.

Maria Virginia Bamonti