La Marvel sceglie l’ascolano Mattia De Iulis per disegnare Capitan America

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Onore, integrità, coraggio e onestà. Sono questi i valori che rendono un supereroe intramontabile, come Capitan America.  Determinato nel voler fare del bene, agisce sulla base di ciò. È il personaggio Marvel che rappresenta i valori americani, noto come “la leggenda vivente”. Uno dei primi supereroi a fumetti nonché uno dei più longevi.

Apparve per la prima volta nelle edicole di tutti gli Stati Uniti nel 1941, a metà della Seconda Guerra Mondiale, a scopo propagandistico. Sbarca ai botteghini nel 2011 in “Capitan America – Il primo vendicatore”, pellicola che ha dato il via alla saga di film Marvel. Nel 2018, entra a far parte di sette film, tra cui le tre serie degli Avengers, con un’unica certezza: alla fine di ogni film a trionfare sarà il bene.

A contribuire al successo di questo personaggio Marvel ci sono entrambi gli autori di base: lo sceneggiatore e il disegnatore. L’attuale illustratore è italiano. Si chiama Mattia De Iulis, classe 1991, di origine ascolane. Ripercorriamo insieme a lui i momenti più salienti della sua carriera, che lo hanno portato ad affermarsi nel mondo del fumetto.

«Come un pò tutti i disegnatori, ho iniziato da quando ho memoria. In pratica, disegno da quando sono piccolo» esordisce Mattia. Dopo essersi diplomato all’Istituto Tecnico Agrario, decide di integrare quella che fino ad allora era solo una passione con lo studio, seguendo il corso triennale di illustrazione alla Scuola Internazionale di Comics di Roma – Academy of Visual Arts and new Media. «In quel periodo, il fumetto non mi stimolava tantissimo. Raccontare una storia per vignette implica uno studio registico dietro e pensavo di non essere in grado di gestire tutte le varie impostazioni di prospettiva (primi piani, bordo campo ect). È per questo che, a sensazione, credevo che l’illustrazione potesse essere la mia strada. Questi tre anni mi hanno arricchito moltissimo in quanto nell’illustrazione si dà molta importanza alla tecnica. Essendo un’immagine singola (one shot) a raccontare l’intera storia, è necessario arricchire parecchio la composizione a livello di dettagli vivi».

Si avvicina al fumetto con un Master per il colore dei fumetti americani che lo accompagna verso il mondo del lavoro. La sua gavetta è contrassegnata da collaborazioni con alcuni professionisti del settore. «Ho fatto da assistente per Arianna Florean e David Messina, disegnatori per Disney e Marvel. Ho lavorato come colorista per qualche serie minore di Sergio Bonelli Editore» ci racconta Mattia. «Li aiutavo nelle attività più semplici come mettere le basi per alcune situazioni e poi loro le integravano». Fatti questi due anni di gavetta, in un Lucca Comics di sei anni fa, venne Rickey Purdin, talent manager di Marvel che gira l’Europa in cerca dei migliori talenti da scoprire, testare e far esordire. Mattia invia un estratto del suo Book e viene selezionato in mezzo ad altre trecento persone per un colloquio lavorativo. «Vennero selezionate tre persone su trecento. Io ero fra quelle tre persone. Un’emozione unica. Ai tempi non parlavo benissimo inglese, quindi all’inizio è stato difficile».

Dal momento del colloquio al debutto professionale in Marvel, di solito passa circa un anno al termine del quale al disegnatore viene richiesto l’invio di un altro portfolio. Se notano una crescita costante e significativa, allora l’artista è valido per essere preso come talento ed essere formato in base allo stile Marvel, come ci spiega Mattia. «Se hai questa attitudine ad una crescita esponenziale, sei il talento perfetto. Facendoti lavorare in Marvel tu cresci a dismisura. Il loro interesse è farti diventare un nome top». Pertanto dopo un anno lo hanno ricontattato per lavorare al fumetto digitale di Jessica Jones. In quel periodo era un supereroe molto in voga perché protagonista della serie Netflix tratta dall’omonimo fumetto. Ha lavorato quindi con Kelly Thompson, nominata migliore sceneggiatrice dell’anno. «Ero estremamente felice. Finalmente in Marvel! Ma anche un po’ arrabbiato. Qui in Italia non mi hanno fatto esordire da nessuna parte ed in quel momento mi trovavo a collaborare con professionisti di questo calibro. Per ogni disegnatore, Marvel ha un punto di arrivo. In Italia, invece, mi hanno sempre dato una pacca sulle spalle, detto: bravo, complimenti, ci sentiamo per e-mail. Poi magari non succedeva nulla. Piccolissima polemica per agganciarmi ad un discorso più ampio: nel nostro paese, le case editrici hanno sempre cercato di puntare al nome noto per un guadagno facile. Non hanno questa cultura di far esordire giovani e formarli. In Marvel, invece, non badano agli studi o alle esperienze passate, ma si persegue la meritocrazia».

Dopo questo inizio con Jessica Jones, firma un contratto di esclusiva con Marvel. «Mi è sembrata la condizione lavorativa perfetta, in quanto comunque ti garantiscono lavori continui per tutto il periodo, e devo dire che ci hanno visto abbastanza lungo. Un mese dopo, infatti, mi ha chiamato la DC Comics, la casa editrice concorrente» ricorda Mattia. I lavori affidati sono stati molteplici. Da quel momento, mette la sua firma alla miniserie di 5 volumi “La Donna Invisibile” a lei interamente dedicata, scritta da Mark Waid, dove si narra chi è Sue Richards e cosa fa lontana dalla sua famiglia. In seguito, ha lavorato all’evento “Road to Empyre” che ha dato il la a delle situazioni con gli Avengers nuove. Poi arriva la pandemia. «Ci siamo fermati solo i primi due mesi durante i quali Marvel non poteva stampare. Ho continuato a lavorare sulle serie che mi avevamo assegnato ossia su un numero di Hulk, un altro su Spider-Woman e poi sulla miniserie su Valchiria, che ho finito di disegnare l’anno scorso, per poi approdare a Capitan America».

 

«Capitan America è l’icona della Marvel, insieme a Spiderman. È il simbolo della verità. In America, è un personaggio sentitissimo. Avrò molti riflettori addosso ad aprile quando uscirà il mio numero ma allo stesso tempo mi ha stimolato tantissimo perché vuol dire che ho lavorato bene in questi 5 anni ed è una gratificazione totale. In questo volume ci sono diverse situazioni metaforiche in cui traspare tutta l’energia di Capitan America di fronte a qualsiasi situazione e la forza di rialzarsi. È un cattivo che combatterà quasi tutti gli Avengers quindi è abbastanza epocale in Marvel. Mi hanno preparato al personaggio raccontandomi quello che era il suo trascorso e da dove veniva per cercare di farmi capire anche quello che stava passando. Ho lavorato con 3 sceneggiatori (Collin Kelly, Jackson Lanzing e Tochi Onyebuchi) e l’editor (la figura che gestisce tutte le serie Marvel e garantisce che ogni testata abbia coerenza con l’altra) Alanna Smith».

«Cerco sempre di entrare nel personaggio. Mi fa sentire più sicuro quando vado a rappresentarlo. Avendo uno stile realistico, punto a giocare molto con le micro-espressioni che sono quelle che in qualche modo ti fanno capire cosa sta realmente provando quel personaggio. Un po’ come nei film. Sono appassionatissimo di cinema e mi piace carpire ogni singola emozione dell’attore per avere un quadro psicologico perfetto del personaggio e di conseguenza cercare di far trasparire la stessa cosa con il disegno».

Progetti futuri? «Ho ancora due anni di contratto con Marvel ma abbiamo deciso di comune accordo di prenderci una pausa di un anno perché ho l’occasione di tornare a collaborare con Kelly Thompson con cui ho esordito in Marvel che quest’anno ha vinto l’Eisner come miglior sceneggiatrice. Mi ha proposto di lavorare ad una serie creator-owned. Creeremo storia e personaggi totalmente nuovi, di cui deterremo i diritti al 50%». Si tratta di una miniserie teen horror (formata da cinque numeri) dal titolo The Cull e vedrà protagonisti cinque adolescenti alle prese con l’ultima estate insieme prima di affrontare il college.

«La paura di affrontare il passaggio alla vita adulta incontrerà una dimensione aliena. Non posso fare altri spoiler ma è un progetto molto interessante. Inizio a lavorarci questi giorni e mi terrà impegnato più o meno un anno. La pubblicazione dovrebbe avvenire a luglio o agosto 2022».

Ecco perché chiamarli solo “disegnatori” è riduttivo.